Vi presentiamo uno dei racconti della raccolta di Renzo di Renzo, che sarà presto pubblicata all’interno della collana “Collirio”.

Il racconto, che si intitola “Brevi incontri, lunghi addii”, dà anche il titolo all’intera raccolta.

 

Ev’ry time we say goodbye,
I die a little…

Cole Porter

Aveva pensato di dirle: «Senti, non ho niente da farmi perdonare, niente davvero; se sono arrivato tardi c’era un motivo e se non capisci non importa, forse mi sono sbagliato, forse ci siamo sbagliati, abbiamo preso per buona la nostra stanchezza, il nostro bisogno d’amore, gesti, parole… volevo solo vederti andar via, l’ultima delle ultime volte, solo vederti andar via…». Invece la vede e gli sembra così bella, con quella borsa che trascina a fatica, i capelli sul viso, gli occhiali… Lei si guarda intorno, forse si sente osservata, forse per un momento ha pensato davvero che lui fosse lì a salutarla, a farsi perdonare, o più semplicemente sta aspettando qualcuno. Istintivamente si alza, nascondendosi dietro al giornale. La guarda avvicinarsi al banco delle partenze, scegliere un posto vicino al finestrino per continuare a sognare. All’improvviso si gira e sorride, sicuramente lo ha visto e ha deciso di smettere di giocare. Ecco, adesso si avvicina, chissà cosa gli dirà, chissà se sarà capace di farle capire… Dalla fila delle sedie qualcuno si alza, si salutano, si avviano insieme verso il cancello d’uscita. Lui rimane ancora nascosto, la guarda andar via mentre ascolta «Ev’ry time we say goodbye…» e forse un po’ sta morendo davvero ma non importa, perché è tutto così bello adesso, poterla riconoscere tra facce sconosciute, gambe, pettinature, vederla andar via così, senza una parola, un motivo… Ma lei si ferma ancora, cerca nella borsa qualcosa. Ecco, forse questo è il momento, adesso si girerà, gli lascerà una foto, un biglietto, un profumo, e lui le andrà incontro senza accelerare il passo, come se fosse normale… Invece estrae dalla borsa una carta magnetica e dice al suo amico di aspettarla, che si è ricordata una cosa. Lui la guarda da lontano comporre il numero e gli sembra di riconoscere il movimento delle dita…

Adesso è quasi sera. Lui è tornato tardi come sempre, e con uno strano senso di vuoto. La luce rossa della segreteria gli segnala un messaggio. «Quando ascolterai questo probabilmente sarò lontana, avrò già preso al volo una stella, una lacrima, un sogno… Ti vedo entrare a casa stanco e salutare la tua immagine allo specchio, poi controllare la segreteria, sederti al buio ad ascoltare. Sono all’aeroporto, amore, e sto per partire. Mi è costato molto non correrti incontro quando sono entrata e ti ho riconosciuto, nascosto maldestramente dietro a quel giornale. Mi sono avvicinata al banco sperando che mi dicessi qualcosa, una frase stupida, un approccio banale… Poi finalmente ho capito. Mi piaceva pensare che tu fossi lì per caso, che non ci fosse nessun appuntamento prestabilito, nessuna regola da rispettare. Mi piaceva sentire i tuoi occhi soltanto, tra i tanti. Poterti riconoscere ancora in quell’incrocio di vite… Ma adesso che stanno chiamando il mio volo e devo proprio andare mi manchi già come un braccio o una mano, come una parte di me. Vorrei che tu avessi organizzato tutto così bene da farti trovare seduto nel posto accanto al mio, e se non ci sarai non importa perché chiuderò gli occhi e ti sognerò, perché chiuderai gli occhi e mi ascolterai…».

Piove da questa parte del mondo e in qualche angolo del cuore. Lei dal suo sogno sorride, lo guarda svegliarsi come al solito di malumore, scegliere a caso una camicia ed uscire.